Museo

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Racconto breve

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Racconto breve datato 1997.

Non sapevo perché mi ostinassi ad andare quotidianamente al museo. Presentimenti, forse: e con gli anni ho imparato, se non a crederci, per lo meno ad assecondarli. Sentivo che da un momento all’altro qualcosa mi avrebbe fatto tornare la voglia di mettere in discussione il vitreo costrutto delle mie convinzioni, quel coagulo di teorie e fissazioni che stava, ora che si avvicinava la fine, pian piano fossilizzandosi per durare in eterno.

Quello era il gioco nelle cui spire ero caduto da ragazzo e che ancora non permetteva che ne uscissi, una lotteria di elementi i più disparati su cui io dovevo scommettere; nell’attimo più propizio li avrei dovuti connettere, amalgamare, avrei dovuto cavarne un senso che li spiegasse tutti assieme e che esaurisse ogni valenza, senza lasciar dubbi, senza lasciare alternative. Mi ero ritagliato la parte del musaicista cieco. Con altri sensi infatti dovevo vedere, indagare, cribrare fra i mille respiri che mi venivano gettati in faccia quelli che si accordavano al gioco di pazienza già iniziato. Architettavo colori e geometrie da rigurgiti di bambini malati, da esalazioni d’auto in sosta col motore acceso, da lampi di temporali oltre valle, da gnaulii di gatte in calore, da graffi di rose appassite. Sceglievo e scioglievo i noccioli e gli scheletri, li agghindavo una volta rifusi e raffreddati e li davo di nuovo in pasto a chi li aveva partoriti e sotterrati. Ero un accattone, un minatore, un dissettore, un orefice, un alchimista, un bioingegnere. Uno scrittore.

Tuttavia, per quanto mi fossi dissanguato negli anni e nelle passioni, non avevo ancora trovato la formula della pietra filosofale. Il santo Graal giaceva intoccato nelle profondità ctonie delle mie circonvoluzioni. Per trarlo di là occorreva un gesto estremo. Ma quale?

Di fronte al baratro o si salta o si torna indietro. Io me ne stavo da millenni seduto sull’orlo a guardare di sotto con le gambe fra le braccia e la nuda schiena arcuata come una falce di luna. Dopo una stagione fulminante che mi aveva garantito la rendita per lo stomaco e la fiducia degli ignavi, mi ero accomodato lassù e da lì osservavo il mio ombelico.

Giunse infine il tempo. D’estate scadde il termine. Il mio settantesimo compleanno. Mi restavano giorni appena, questo lo percepivo nettamente come s’intuisce l’arrivo di una bronchite. In quelle ore dovevo serrare i ranghi, cessare di battere la macchia, trovare il modo di estirpare il tumore finale e di incastonarlo nell’oro per venderlo meglio.

Fu allora che cominciarono i pellegrinaggi al museo di scienze naturali. Il caldo umido e malsano di ferragosto mi spinse al di là degli spessi muri del palazzone umbertino in cui la collezione civica, compressa nelle poche sale agibili, rispecchiava lo stato d’abbandono della città sfollata. Sembravano entrambe sul punto di implodere, schiacciate l’una dalla temperatura torrida, l’altra dall’inattività.

Ogni pomeriggio allumacavo lungo i freschi corridoi e per gli ampi saloni disegnando sempre lo stesso percorso: i minerali, gli uccelli impagliati, la sala d’anatomia. Il resto non mi interessava. Non avevo niente da spartire con le riproduzioni degli ecosistemi africani in cui sarei sopravvissuto al massimo due ore o con le teorie di lugubri insetti crocifissi da spilli raccolti nella sala d’entomologia.

Tra i sassi, tra i sassi mi trovavo a mio agio. Le fredde luci delle teche appiattivano le pietruzze luminescenti tanto che sembrava di essere in una modesta gioielleria in cui si era risparmiato sull’arredamento. I minerali m’infondevano un senso di pacifica quiete. Avrei voluto possedere la loro silenziosa imperturbabilità, il loro grave contegno, la loro dura compostezza.

Gli uccelli impagliati della sezione ornitologica pure mi affascinavano. Paralizzati in pose bizzarre, nell’atto di catturare una preda o di spiccare il volo o di sedurre una compagna, essi parevano una silloge delle vanità umane composta da un fotografo curioso durante un matrimonio di provincia. Non mi stancavo di esaminare i singoli esemplari benché fossero maltenuti e sporchi. Mi chiedevo chi mai si sarebbe preso la briga di rattopparne le penne cadenti e le livree tarmate, chi li avrebbe liberati dalla polvere che li separava dallo splendore del tempo in cui erano stati fermati. Io sarei stato felice di attendere a un tale compito. Provavo infatti per quei variopinti volatili una compassione speciale. Ai miei occhi essi realizzavano ogni giorno l’aspirazione che coltivavo dalla giovinezza: continuare a volare dopo morto, per sempre - seppure in un’unica posa, le ali ferme a mezz’aria.

Il resto delle ore lo trascorrevo nel gabinetto di anatomia a sbattere il naso contro le vetrine degli armadi lignei appartenuti a un dimenticato principe toscano. Qui riposavano le riproduzioni degli organi di tutti i galantuomini che egli aveva fatto assassinare nei venticinque anni di dominazione: fegati rigonfi, arti scuoiati, occhi fuor dalle orbite, cuori sfondati, uteri in sezione. Erano tutti artefatti in cera, falsi migliori degli originali, dai colori naturali e calibrati come solo la cera può dare. E in un armadio d’angolo, a dispetto di tutte le copie, c’era uno scheletro vero, giallino, stantio, tenuto insieme da fil di ferro arrugginito ritorto in piccoli snodi come miniature di protesi per disabili.

Non l’avevo mai guardato con attenzione fino a quel giorno fortunato. Da dietro il vetro pareva sul punto di dirmi qualcosa: le orbite annerite, la mandibola cadente, sembrava tutto teso nello sforzo supremo di articolare un gemito, di lanciare un’occhiata. Non so se davvero parlò, ma io lo intesi comunque. D’un tratto ebbi un’illuminazione che mi rischiarò la volta del cranio, la rivelazione tanto attesa, la soluzione ai miei sogni d’eternità.

Stentavo a crederci. Era così semplice, così facile. Come avevo potuto non pensarci prima? Era sempre stata lì sotto gli occhi la definizione del gesto che ignoravo.

Quel pomeriggio uscii in fretta dal museo, persino inciampai sui gradini della scalinata d’ingresso. Ruzzolai quasi. Il custode mi gridò una voce per assicurarsi che stessi bene. Mi rialzai senza rispondergli e zoppicando mi trascinai a casa.

Tornai il giorno seguente, risoluto come mai prima. Seguii il medesimo itinerario delle volte precedenti per non dare nell’occhio, sebbene il custode fosse troppo occupato a sventagliarsi per badare a me, vegliardo vagante.

Non fu difficile forzare l’armadio d’angolo ed estrarre lo scheletro. Smontare le giunture metalliche e spezzare le ossa più fragili con la pinza che avevo nascosto sotto la camicia fu un lavoro agevole, senza fatica. In pochi minuti liberai il mio sacrario. Sarebbe bastata una lettera al direttore del museo in cui chiedere di sostituire con le mie le spoglie di cui avevo fatto scempio e non avrei più avuto bisogno d’altro, né di consensi, né di riconoscimenti, né di elogi.

Sarei sopravvissuto, come le pietre, come gli uccelli; sarei rimasto, anonimo forse, ma per sempre, aspettando una spolverata ogni tanto, ma per sempre.

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