“Che succede, amico?”
Sono passati 85 anni da quando il coniglio grigio con la carota in bocca fece il suo debutto ufficiale in A Wild Hare (27 luglio 1940), ma Bugs Bunny continua a risultare irresistibile.
Due settimane fa Creative Bloq lo ricordava come la star “più cool” della Golden Age dell’animazione, sottolineando che il 2025 non è solo un giro di boa anagrafico, ma l’occasione perfetta per celebrare l’arguzia che ha fatto scuola in cartoon e memi di ogni latitudine.
Nel 1954 i sondaggi di popolarità piazzavano Bugs Bunny davanti a Mickey Mouse, un sorpasso impensabile nell’era dei parchi a tema e del marketing onnipresente di zio Walt.
Oggi, a conferma che non era un fuoco di paglia, un sondaggio di YouGov colloca ancora il “wascally wabbit” in cima alle preferenze statunitensi, soprattutto tra chi (io compreso) ama i personaggi con un pizzico di pepe.
Che cosa rende Bugs così amato? È assurdo, sbruffone a tratti, ma mai antipatico. Fa girare in tondo Elmer Fudd o Yosemite Sam, ma lo fa con garbo: prima ti tende la trappola verbale, poi ti strizza l’occhio.
Topolino, invece, resta un paladino quasi senza macchia; ammirevole, certo, ma talvolta monocorde. Bugs ha un difetto di fabbrica (l’irriverenza) che lo rende profondamente umano.
Warner Bros. festeggia l’anniversario con un tour mondiale di “Bugs Bunny at the Symphony”: cartoon proiettati sul grande schermo mentre un’orchestra dal vivo ripropone le partiture di Carl Stalling.
Chi altro riesce a essere cool senza dire quasi una parola? La Pantera Rosa. Nata nel 1964 come elegante intermezzo nei titoli di testa di Blake Edwards, è l’unico personaggio “pantomimico” che possa competere con Bugs sul terreno dello stile.
Gli storici dell’animazione la definiscono “l’unico cartoon basato sull’eleganza e lo style”: una creatura che non parla, ma comunica con passi di tip-tap invisibile e sopracciglia immaginarie.
Come Bugs, la Pantera è quello che in inglese si definisce trickster, un imbroglione, un truffatore. Nella mitologia e nel folklore, il trickster è una figura ambigua e astuta, spesso caratterizzata da inganni e comportamenti fuori dalle regole convenzionali. Può essere un uomo, una donna o, come in questi casi, un animale antropomorfo. Il suo ruolo è quello di destabilizzare l’ordine costituito, creando cambiamenti imprevedibili. È un trickster il coyote presente nelle leggende dei nativi americani, la volpe del Roman de Renart della tradizione medievale francese e persino Loki nella mitologia norrena.
La Pantera Rosa unisce a questo un aplomb a ritmo di jazz: se il coniglio disintegra la quarta parete con il suo What’s up, Doc?, il felino risolve tutto con un movimento di spalle e un sorriso sornione. Entrambi dimostrano che si può essere anticonformisti restando simpatici: basta spostare di un millimetro il confine tra irriverenza e arroganza.
Tra cinque, dieci, vent’anni rideremo ancora quando sentiremo What’s up, Doc? o vedremo un felino rosa attraversare lo schermo a passo di shuffle. E rideremo perché, in fondo, il fascino dell’imprevedibile batte sempre la perfezione studiata a tavolino.