Stavo ascoltando un brano dei Pinguini Tattici Nucleari (lo so, anch’io a volte pecco), uno dei cui versi recita:
Voglio stare fuori come al Berghain
E ho scoperto che il Berghain è una discoteca di Berlino, abbastanza controversa per via di quello che succede al suo interno, dove sono assolutamente vietate le fotografie e nei cui bagni non ci sono specchi, per evitare agli avventori l’umiliazione di vedersi devastati durante le nottate brave.
Più precisamente, il Berghain è il club techno per eccellenza. Una specie di tempio profano nascosto dentro una ex centrale elettrica di Berlino, con la reputazione di posto impenetrabile e borderline, dove il dress code è «meno vestiti, più ombre». Dove la selezione all’ingresso è affidata a un buttafuori iconico con l’aspetto da vichingo tatuato e il carisma di un giudice supremo. Dove dentro succede un po’ di tutto, ma mai niente di pubblicabile.
Mi ha fatto pensare a quanti luoghi esistano così: spazi che non sono fatti per essere visti, ma vissuti, che sfuggono alla condivisione pubblica compulsiva del nostro tempo. Che non vogliono essere postati, ma dimenticati. O ricordati solo da chi c’è stato davvero. E in che stato.
Forse è anche questo il fascino del Berghain: è l’anti-Instagram. Il regno dell’esperienza non mediata. Un posto dove entri senza sapere se uscirai la sera stessa, o se ti risveglierai in un’epoca diversa, con addosso l’eco dei bassi sparati a mille e il vago dubbio di aver vissuto qualcosa che non puoi raccontare senza sembrare pazzo.
→️ https://it.wikipedia.org/wiki/Berghain