L’intelligenza artificiale è ciclica.
E ogni ciclo ha il suo inverno.
Nel 1978, in pieno gelo tecnologico, il documentario Mind Machines della serie NOVA provò a scaldare gli animi. Era un periodo di scarsa fiducia nell’AI: finanziamenti ridotti all’osso, aspettative disilluse, tecnologie che promettevano e non mantenevano. Eppure, il fascino dell’idea resisteva.
Tra i protagonisti della puntata c’erano nomi che oggi sembrano scolpiti nel marmo della storia: John McCarthy, Marvin Minsky, Terry Winograd, Joseph Weizenbaum. Insieme a loro, un ospite d’eccezione: Arthur C. Clarke. Con il suo solito tono profetico, Clarke dichiarava che stavamo già “creando i nostri successori”. E che prima o poi avremmo progettato macchine capaci di migliorarsi da sole.
Il documentario mostrava tecnologie che oggi fanno sorridere: ELIZA, l’antenato dei chatbot; un assistente medico computazionale; una partita di scacchi fra computer; un rover marziano programmato per partire nel “lontano” 1986. Ma l’idea forte era già lì: un’intelligenza capace non solo di calcolare, ma di imparare.
Clarke andava oltre la previsione tecnica. Lanciava una domanda che oggi ci riguarda tutti più che mai: quando le macchine saranno più intelligenti di noi, noi che senso avremo? Cosa faremo “quando il lavoro da umano mediocre sarà superfluo”?
Domande scomode, allora come oggi.
L’articolo è tratto da Open Culture, un sito che raccoglie e diffonde contenuti culturali gratuiti: documentari, audiolibri, corsi universitari, film rari e archivi digitali. Un piccolo tesoro per chi ama imparare e curiosare nei meandri della cultura, spesso con un occhio attento al passato e uno al futuro.
Vale la pena riscoprire quella puntata del ’78 non solo per nostalgia tecnologica, ma per ricordarci che ogni boom dell’AI ha avuto la sua caduta. E che se arriverà un nuovo “inverno dell’AI”, potrebbe essere anche questa volta l’inizio di qualcos’altro.