Se c’è un’arte che torna ciclicamente nella mia vita – come certi sogni, o certi font – è il collage.
C’è qualcosa di dirompente nel collage.
Mi ha sempre affascinato la possibilità di ricombinare il mondo in modo arbitrario. Di prendere elementi disparati – una lettera, un fiore, un ritratto ottocentesco, un logo – e generare un nuovo senso. Un nuovo corto circuito.
L’estetica del collage mi attrae perché ogni pezzo racconta una storia, ma l’accumulo e l’accostamento riesce a raccontarne un’altra, diversa, comunque connessa ai frammenti originali. Ne parlavo anche in questo articolo sui titoli di testa dei film.
Una parte del merito (o colpa) di questa fascinazione ce l’hanno i Monty Python e in particolare i collage animati di Terry Gilliam: statue greche che ballano il twist, piedi giganti che schiacciano burocrati, salti temporali tra Medioevo e swingin’ London. Surreale e punk, ancor prima del punk.
All’università tenevo un diario, uno scrapbook ante litteram. Questa era la copertina (sob...), che univa lo slogan da poco pubblicizzato e un astronauta, la mia fissa dell’epoca:

Sempre di quegli anni (epoca molto cringe, ammettiamolo), altri tentativi artistico-poetici, che oggi fanno tenerezza, ma al momento mi sembravano capolavori di originalità:


Poi è arrivata Internet, Pinterest, e il rabbit hole infinito in cui cacciarsi...
Ecco come sono capitato nei Blood Collages di John Bingley Garland: composizioni vittoriane che mescolano crisantemi, uccelli impagliati e teschi in stile «gabinetto delle curiosità». A quanto pare dobbiamo allo scrittore Evelyn Waugh, al suo affanno collezionistico, la scoperta di queste opere ingegnose.
E poi, molto più di recente, un altro artista entrato direttamente nella mia top ten, Lorenzo Petrantoni, artista italiano contemporaneo che ha trasformato la tipografia storica in arte seriale. I suoi collage sono simmetrici, densi, monocromatici, formati da lettere, simboli, miniature, incisioni d’epoca. Ha firmato copertine per Newsweek, The New York Times Book Review, Nature, oltre a centinaia di progetti editoriali e cartellonistici.
Non domo, anch’io ho continuato a cimentarmi con carta e colla, adesso virtuali, dando vita a tutta una serie di illustrazioni per il sito di Qabiria:




In realtà è stata spesso la scusa per poter assemblare immagini senza doverle creare da zero.
Un sottoprodotto della pigrizia, insomma.
→ https://publicdomainreview.org/collection/garland-blood-collages/