Che cosa vuoi fare da grande?

Che cosa vuoi fare da grande?

In difesa dei tuttologi

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«A jack-of-all-trades, master of none», cioè un tuttofare alla fine non sa fare bene niente. È proprio così?

Fin dai tempi del liceo sono stato considerato spesso un «tuttologo», una persona che amava spaziare da un campo all’altro, a volte con superficialità, senza mai soffermarsi ad approfondire un argomento concreto. Il compagno perfetto per giocare a Trivial Pursuit magari, ma non quello a cui affidare un compito ben specifico o a cui chiedere «Che cosa vuoi fare da grande?», domanda a cui ancor oggi non saprei dare una risposta.

Quest’attitudine è una diretta conseguenza della mia innata curiosità. M’interesso facilmente a tante cose, ma - una volta soddisfatta la spinta iniziale - tendo ad annoiarmi e fatico a perseverare, perché cerco subito un’altra cosa che mi faccia scattare la stessa molla.

Per un certo periodo ho creduto che questo atteggiamento, questo tratto della personalità (e potremmo anche discutere se davvero esista una cosa chiamata «personalità» con tratti ritenuti immutabili), fosse un limite, soprattutto nel mondo iperspecializzato in cui viviamo.

Con il tempo ho capito che essere poliedrici rappresenta invece un grande vantaggio, e - a quanto pare - non sono l’unico a pensarla così (vedi sotto).

Avere vari interessi, un’infarinatura di tante materie, che poi sfocia nella presunta «vasta cultura», certamente è uno svantaggio se si sta competendo per una posizione specializzata. Ad esempio, pur avendo qualche nozione di programmazione, non potrei mai rivaleggiare con un programmatore.

Tuttavia, quando c’è bisogno di fare da tramite fra livelli funzionali diversi, per esempio se è necessario spiegare a un dirigente quali misure bisogna adottare per migliorare un determinato software, il lavoratore specializzato potrebbe non essere in grado di vedere al di là del suo raggio d’azione.

Ed è qui che entrano in gioco coloro i quali hanno competenze trasversali e variegate, quelli che possono capire non solo le questioni tecniche, ma anche gli obiettivi aziendali.

Questo ruolo di mediazione diventa vitale in un panorama lavorativo contraddistinto da una separazione dei ruoli sempre più netta.

Un altro vantaggio non indifferente, che ho sperimentato in prima persona, è quello che Emilie Wapnick nel suo noto TED Talk, «Why some of us don’t have one true calling» chiama «sintesi di idee». Le idee migliori nascono spesso dall’intersezione di due o più campi. Chi possiede la tendenza naturale a vivere a cavallo fra vari campi (Wapnick li chiama «multipotenziali») sarà più capace di trovare queste idee nei punti di intersezione.

Altri due vantaggi citati dalla Wapnick sono:

  1. rapido apprendimento;
  2. adattabilità.

Chi ha tanti interessi di solito tende ad assimilare rapidamente nuovi concetti e nozioni. Non solo perché il ritmo accelerato è necessario per mantenere alta la soglia di coinvolgimento, ma anche perché i concetti di ogni nuova materia si legano a quelli già appresi e ne sfruttano le connessioni, le somiglianze e le affinità.

L’adattabilità è una diretta conseguenza del bagaglio di conoscenze accumulato: ci si può reinventare in qualsiasi momento della propria carriera lavorativa; senza contare il fatto che a un cocktail party avremo sempre modo di rompere gli imbarazzanti silenzi fra sconosciuti.

Come dice l’autodichiarato «tuttofare» Tim Ferriss in The Top 5 Reasons to Be a Jack of All Trades (#19),

«In a world of dogmatic specialists, it’s the generalist who ends up running the show.»

cioè, «in un mondo di specialistici dogmatici, è il generalista che finisce per condurre lo spettacolo».

A difesa dell’atteggiamento «tuttofare», Ferriss cita inoltre altri tre punti che condivido ampiamente:

  • chi affronta tematiche sempre diverse ha una vita molto meno noiosa di chi si specializza;
  • studiare campi diversi stimola il sentimento di empatia e porta ad apprezzare i risultati raggiunti dagli altri;
  • i «tuttologi» si divertono di più nella vita, perché tendono a godere delle sfide intraprese per puro piacere, mentre chi studia a fondo un’unica materia per lungo tempo potrebbe frustrarsi nella vana ricerca della perfezione.

Ammetto candidamente che in effetti non mi annoio facilmente. Come è ampiamente dimostrato dagli articoli presenti in questo blog, trovo sempre qualcosa da leggere o da fare, un «qualcosa» che non sempre è utile e quasi mai redditizio, ma questo è un altro discorso...

Non sono invece particolarmente (per nulla) empatico, ma riconosco che da quando lavoro per conto mio ho sviluppato la tendenza ad attaccare bottone ogni qual volta entro in un negozio o conosco qualche piccolo imprenditore. Sono meravigliato dalle innumerevoli forme del commercio e mi appassiono quando ne scopro di nuove.

In quanto al divertimento, beh, mi pare chiaro che il tempo che impiego (spreco?) nelle mille quisquilie (lavorative o meno) con cui mi tengo occupato quanto meno contribuisce al mio benessere mentale. «Divertimento» non so, ma «appagamento» certamente sì.

E chissà, magari, fra un passatempo e l’altro, un giorno di questi capirò anche che cosa voglio fare da grande.

PS: Se anche tu ti identifichi nella definizione di «multipotenziale» data dalla Wapnick («un multipotenziale è una persona con molti interessi e occupazioni creative») raccontamelo nei commenti, sono curioso!

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