L’odore del cuoio e della gomma

L’odore del cuoio e della gomma

Il mio indissolubile legame con la pallacanestro

articoli nostalgia sport

Racconto di una passione sportiva con risvolti inattesi.

Premessa: il senso di questo blog

Leggendo gli articoli pubblicati su queste pagine ci si potrebbe chiedere qual è lo scopo ultimo di questo blog, dato che spazia dai fumetti ai videogiochi, dalla musica ai libri.

Come ho scritto sulla home page,

Disperdo il mio tempo in varie attività di scrittura, formazione e gestione non sempre logicamente connesse fra loro. Per avere un’idea del livello di entropia in cui mi muovo puoi dare un’occhiata al blog.

L’intento sarebbe dunque, molto semplicemente, quello di farmi conoscere meglio da chi capita sul mio sito, da chi mi conosce già, magari soltanto online, e da chi mi ha incontrato per lavoro o in occasione di qualche evento. Oltre che di fungere da bloc notes personale, su cui segnare quello di cui altrimenti mi dimenticherei.

Pubblico appunti, descrizioni, racconti, molto spesso di eventi passati, quasi sempre scollegati fra loro, che dovrebbero dare a chi legge qualche informazione in più sulla mia persona. Insomma, un blog nel senso originale del termine, un diario elettronico. Non sequenziale, è vero, ma pur sempre di diario si tratta.

L’importanza della pallacanestro

In questo diario mancava, fino ad oggi, un elemento importantissimo nella mia vita: il 🏀basket.

Alla pallacanestro sono legati alcuni dei miei ricordi più significativi. Grazie alla pallacanestro abito dove abito e sto con chi sto (maggiori dettagli più avanti).

Il basket è sempre stata una costante in casa nostra. Alcune delle mie prime foto mi ritraggono su un prato con un campo da gioco sullo sfondo. Era una delle migliaia di partite giocate da mio padre, che ha ricoperto il ruolo di allenatore per quarant’anni o giù di lì.

Dopo essersi avvicinato alla pallacanestro molto giovane, da giocatore, in un’epoca che oserei dire pionieristica, mio padre iniziò ad allenare prestissimo. Si vanta di avere la tessera FIP da allenatore fra le più vecchie della provincia (di Brescia). Il numero 614. Cioè, fu la 614ª persona in Italia ad affiliarsi alla Federazione Italiana Pallacanestro come allenatore. Era il 1961. (Appena possibile cercherò di digitalizzare qualche foto in merito).

La mia del tutto dimenticabile carriera cestistica

Io invece cominciai a giocare a minibasket a 7 o 8 anni, in una palestra scolastica di Brescia. Ricordo ancora i palloni di un’orrenda plastica dura, con il logo della Coca-Cola: nessuno di noi bambini li voleva. Cercavamo sempre di usare i pochi Mikasa in dotazione, quelli con la faccina, che erano sempre di nylon, ma almeno ci si riusciva a palleggiare.

Pallone Mikasa da minibasket

Fra i ragazzi che mi allenarono in quegli anni ci fu anche Silvano Motta, all’epoca giocatore di serie A del Basket Brescia sponsorizzato Pinti Inox. Ci allenavamo all’EIB, il vecchio palasport di Brescia (che è risorto, rinnovato, nel 2018 e ora si chiama PalaLeonessa). Naturalmente non ci avevano concesso il campo principale: eravamo relegati in uno spazio laterale, dietro le tribune, che erano sostanzialmente impalcature di ferro, in cui avevano piazzato 2 canestri mobili. Ricordo soprattutto il freddo d’inverno. Chi conosce le cosiddette «minors», cioè i campionati minori, sa bene che le temperature degli impianti sportivi, salvo rare eccezioni o custodi magnanimi, sono più o meno le stesse delle basi antartiche.

Per esilaranti, ma del tutto veritiere, testimonianze sull’universo dei campionati di provincia, consiglio l’account di Instagram «L’umiltà di chiamarsi minors».

Dopo alcuni anni di minibasket, finii per giocare in una piccola società della città, chiamata Junior Basket (anche sulla fantasia delle denominazioni dei club sportivi si potrebbe aprire una lunga parentesi...). Qui è doveroso un breve excursus.

La Junior Basket Brescia

La Junior Basket Brescia era la società diretta da Gianni Tortosa, volto noto nell’ambiente cestistico di Brescia. Il signor Tortosa fu un grandissimo appassionato di questo sport, tanto che nel 1957 ebbe la lungimiranza di affiliare alla FIP la squadra di pallacanestro del dopolavoro dell’Ideal Standard, l’azienda in cui lavorava.

Da quella squadra si sviluppò il Basket Brescia, la società sportiva che militò in serie A ininterrottamente dal 1974 (tranne la stagione 1976-77) sino all’anno della retrocessione in B1, nel 1992. Questa squadra conobbe il declino sino alla serie B2, per poi risalire fugacemente in B1. La fine della sua storia avvenne nel 1996, con la vendita dei diritti sportivi.

Oggi la città di Brescia ha la fortuna di avere un’altra squadra in A, il Basket Brescia Leonessa S.p.A., ma - appunto - si tratta di nuova società, fondata nel 2009 con l’acquisizione dei diritti della Juvi Cremona.

È un dettaglio che non si cita spesso, ma dal significato profondo. Vuol dire che una delle città più ricche d’Italia non riuscì, negli anni novanta, a trovare i mezzi per salvaguardare un progetto sportivo che aveva quasi 40 anni di storia.

E l’altro aspetto un po’ deprimente è che per poter rientrare nel giro che conta non furono sufficienti le risorse locali. Non si riuscì insomma ad arrivare in A partendo da zero e vincendo i campionati inferiori, ma ci fu bisogno di acquisire i diritti sportivi di un’altra società.

Questo naturalmente non toglie alcun merito a tutti coloro i quali hanno reso possibile il ritorno di Brescia nel massimo campionato, giocatori, allenatori, dirigenti e sponsor, a cui va la mia stima, ma resta un po’ d’amarezza per come finì la società storica (lo dico da semplice tifoso, senza alcuna conoscenza dei risvolti esatti della cessione).

Tornando a noi, anzi a me, nella metà degli anni ottanta venni tesserato dallo Junior Basket. Feci praticamente tutte le categorie giovanili con loro. «Eravamo una bella squadretta», frase invariabilmente pronunciata da chiunque abbia mai giocato a basket.

Nel nostro caso è un’affermazione parzialmente giustificata. Il mio gruppo, quello dei nati negli anni 1972-1973, riuscì infatti a vincere in varie occasioni il campionato locale (grosso modo provinciale), per poi giocarsi gli spareggi con i pari età di altre province. Un paio di volte arrivammo anche al raggruppamento interregionale, scontrandoci un anno contro una squadra di Treviso e quello successivo contro l’Olimpia Milano, allora sponsorizzata Tracer, in cui giocava fra gli altri Paolo Alberti, che vinse lo scudetto nel 1995-96. Chiaramente perdemmo di trenta e passa punti...

Tracer Milano - Junior Basket Brescia

Eravamo dei bambini, ma l’emozione che provavo in quegli incontri è ancora viva. Per me è l’essenza dello sport: la tensione che si genera quando si sfidano i propri limiti fisici e tecnici.

È la stessa emozione che riprovo quando - entrando in una palestra qualunque durante un allenamento o una partita - sento nelle narici quell’inconfondibile odore, un miscuglio di cuoio, gomma, aria viziata e sudore, e nelle orecchie il rimbombo ritmico della palla che rimbalza sul linoleum o sul parquet (ma al mio livello e ai miei tempi il fondo in parquet ce l’avevano solo i «ricchi»).

Il campetto

In quegli anni il basket riempiva davvero tutta la mia giornata. Oltre ai due allenamenti settimanali e alla partita di sabato o di domenica (quasi sempre a orari antelucani), esauriti i doveri scolastici e meteo permettendo, il resto del tempo lo trascorrevo al campetto.

Ancor oggi mi emoziono un po’ quando vedo i ragazzini giocare nei playground, tre contro tre, cinque contro cinque... Ripenso ai lunghissimi pomeriggi della mia adolescenza, quando - partitella dopo partitella - sul campetto ci lasciavamo, oltre alla suola delle scarpe, l’anima. Il campetto era un rifugio sempre aperto e completamente neutrale, in cui sfogare l’ansia, alimentare l’autostima, confidarsi con gli amici.

Ricordo l’enorme delusione provata un’estate, quando scoprii che, nel campetto pubblico della località di villeggiatura in cui ero, avevano staccato i canestri. In quelle due settimane trascorsi tutti i pomeriggi, con il resto della famiglia appisolato, giochicchiando con il pallone fra le mani. Fu l’estate in cui imparai a farlo girare sul dito.

L’oratorio di San Barnaba

Nei primi anni novanta anche Brescia non era proprio munifica in quanto a luoghi in cui praticare il basket all’aperto. I campi su cui ci si ritrovava erano due o tre, ma uno in particolare divenne un punto d’incontro obbligato, la meta di tutti gli appassionati della provincia: San Barnaba (naturalmente per tanti era «Santa» Barnaba...)

Si trattava del campo dell’oratorio della chiesa di San Barnaba, in Via della Valle. Non so bene spiegarmi la ragione della sua popolarità. Vero è che riuniva parecchi punti positivi:

  • il fondo non era dei peggiori (su altri campetti si pattinava);
  • i canestri avevano la retina (un must);
  • era relativamente in centro;
  • si poteva parcheggiare nei dintorni senza problemi, e soprattutto
  • i preti erano molto tolleranti e lasciavano giocare a quasi tutte le ore.

Su quel campo passavano giocatori di tutte le categorie: saltuariamente ci si poteva imbattere persino in un medagliato olimpico come il compianto Marco Solfrini, oltre che in tanti giocatori di ottimo livello, troppi per poterli nominare qui.

A parte i giocatori di primissima fascia, al campetto si riuniva tutto un sottobosco di dilettanti che finiva per dare vita a una fauna molto variopinta. Fra tutti, penso che chiunque abbia calcato San Barnaba si ricordi di «America», chiamato così per il vezzo di far ruotare la palla sul dito (anche nei momenti meno opportuni) e di tirare nei modi più strampalati. La leggenda narra che in più di un’occasione si presentò al campetto con il figlio poco più che neonato, per parcheggiarlo a bordo campo mentre lui giocava. Un altro aneddoto che lo riguarda (storia vera, riferitami da un testimone oculare) avvenne sul campo di un altro oratorio, quello di Santa Crocifissa, dove con un passaggio baseball violentissimo America sfondò una finestra del palazzo adiacente al campo da basket, dando poi la colpa ai ragazzini del GREST.

Ecco, di personaggi di questo tipo ce n’erano vari, il mormone che schiacciava come Larry Nance o il play che bestemmiava a ogni tiro sbagliato (beccandosi l’anatema dei sacerdoti), ma il tutto contribuiva a rendere quei pomeriggi (e in estate anche le mattine) indimenticabili, certamente più per l’età che avevamo, che per le gesta sportive compiute (anche se qualcuno ancora ha gli incubi con le due triple di sinistro che gli stampai in faccia).

Dopo le giovanili, e le diecimila ore al campetto, giocai in un paio di squadre delle categorie più basse, per poi spaccarmi il legamento crociato e appendere - mio malgrado - le scarpette al chiodo.

Le lettere alla NBA: quando la passione diventa opportunismo

Con un paio di amici, anche loro frequentatori di San Barnaba e campi limitrofi, e già coinvolti in altri progetti bislacchi (vedi il post sull'hip hop), attorno al 1990 avemmo un’idea brillante, o almeno così ci sembrò: dato che eravamo tutti appassionati di basket americano, perché non scrivere alle squadre della NBA per farci spedire qualche gadget?

Senza internet, reperire gli indirizzi delle sedi delle squadre non era impresa facilissima. Fortunatamente, su un numero della rivista Superbasket o de I Giganti del basket pubblicarono l’elenco completo. Dato che ci piaceva fare le cose in modo sistematico, coinvolgemmo il nostro solito esperto informatico, il quale creò un bel template di lettera nell’elaboratore elettronico dell’epoca e con la funzione di «mail merge» la incrociò con il foglio elettronico in cui avevamo digitato tutti gli indirizzi.

In questo modo con un clic stampammo 27 lettere in inglese, tante quante le squadre dell’epoca, che iniziavano tutte così:

«Gentili Signori, siamo un gruppo di appassionati italiani dei [nome della squadra], e in particolare di [nome della stella]...»

per poi proseguire mendicando gadget o foto firmate.

Mi pare di ricordare che non risposero tutte le squadre, ma sicuramente lo fece più della metà. Alcune mandarono soltanto una lettera di apprezzamento e qualche adesivo, altre furono più generose e ci regalarono annuari, foto dei giocatori, matite, addirittura una banderuola (di quelle triangolari tipiche americane) e un asciugamano. Alla fine della campagna ci spartimmo il bottino, non esaltante, ma comunque degno di soddisfazione.

Arbitro venduto

Qualche anno più tardi, per saziare la stessa passione, mi riavvicinai al basket giocato come... arbitro. Frequentai il corso arbitri presso il CIA di Brescia, dopo averlo visto pubblicizzato su un volantino distribuito durante una partita amichevole della Nazionale italiana.

Dopo il corso di base, mi fu concessa l’opportunità di frequentare uno stage di alcuni giorni in Liguria tenuto da Nar Zanolin, già arbitro della finale olimpica del 1976 ed ex segretario generale di FIBA Europa. Fu un’esperienza molto formativa, che mi fece capire che a un arbitro sono richieste (anche) doti atletiche, certo non pari a quelle dei giocatori, ma comunque di ottimo livello. Doti che a me mancavano, ça va sans dire.

Arbitrai per qualche anno, rimediando la mia bella serie di insulti e figuracce, senza andare al di là della serie C femminile, che comunque per le mie aspettative era già un traguardo soddisfacente. Una delle dinamiche che contraddistinguevano i miei arbitraggi era:

  1. fischio per fallo in attacco inesistente
  2. conseguenti proteste dell’attaccante
  3. fallo tecnico per proteste
  4. bagarre
  5. espulsione per doppio tecnico
  6. minacce di morte dal pubblico ☠️
  7. con l’opzionale, barricata nello spogliatoio in attesa dei carabinieri 👮.

Riguardo agli insulti, oltre ai classici riferimenti alla famiglia, ricordo con particolare affetto un urlo molto creativo che mi arrivò dagli spalti di una palestra della profonda Pianura Padana: «Mister Bean, dove hai lasciato la Mini?». Considerando che al tempo giravo i campi della provincia con una FIAT 500 degli anni sessanta ereditata da una zia, il «tifoso» - più che insultarmi - non aveva fatto altro che descrivermi con precisione. 😂

Dopo il trasferimento in Catalogna nel 2001, offrii i miei servigi come giacchetta grigia anche alla Federazione Catalana. Mi misero ad arbitrare, oltre che i campionati giovanili, anche la lega «Lleure», cioè gli incontri di un miserando torneo a livello di hinterland barcellonese, che riunisce tutti quelli che hanno voglia di fare due salti, ma che non hanno voglia di farlo seriamente. Dopo un paio di occasioni in cui il mio immutato stile arbitrale mi fece rischiare la vita, decisi che avrei continuato a godermi lo spettacolo da semplice spettatore.

Fra l’altro, in quello ero molto favorito dall’ubicazione.

Badalona città del basket

Bisogna però fare un passo indietro per capire che cosa ci facessi io a Barcellona, anzi, a Badalona nei primi anni duemila.

Chi ha un minimo di dimestichezza con la pallacanestro forse saprà che Badalona viene spesso definita la «città del basket» (un po’ come Bologna in Italia). Ci sono canestri dappertutto e decine di società si contendono le palestre e i campi disponibili, svolgendo un incessante lavoro di formazione. Per tanti giocatori (ma anche per i numerosi allenatori) l’obiettivo è quello di riuscire a entrare nella società più importante della città, il Club Joventut de Badalona, una delle squadre più titolate del basket spagnolo, dopo il Real Madrid e il Barcellona.

Scudetto del Club Joventut de Badalona

La «Penya», come è chiamata la società, («penya» in catalano significa «gruppo di amici», questa squadra è quindi il «Gruppo» per antonomasia) nel 1994 vinse il campionato d’Europa, l’equivalente dell’odierna Euroleague, dopo aver conquistato la Coppa Korac nel 1981 e nel 1990, oltre a molti altri titoli nazionali.

Il risultato dell’attività di formazione del CJB e delle altre squadre cittadine è un vivaio inesauribile: ogni anno esordiscono in ACB (il campionato professionistico spagnolo) giocatori formatisi nel CJB. Tre di loro sono arrivati nella NBA (Raúl López, Rudy Fernández e Ricky Rubio), senza contare tutti quelli che hanno giocato con la nazionale spagnola o in altri campionati (compreso quello italiano). Per intenderci, dei 12 giocatori della nazionale spagnola campione del mondo 2019, ben 3 provengono dal vivaio del Badalona (oltre a Rudy e Ricky già citati, anche Pau Ribas).

Palazzo olimpico di Badalona

Un altro fiore all’occhiello della città è il palazzo olimpico da 13.000 posti, costruito in occasione dei Giochi Olimpici del 1992 e che ospitò il primo Dream Team, quello di Magic Johnson, Larry Bird e Michael Jordan.

L’Eurobasket 1997

Qualche anno dopo le Olimpiadi, nell’estate del 1997, Badalona, insieme a Girona e Barcellona, fu sede del campionato europeo di pallacanestro maschile. L’Italia giocava la prima fase proprio a Badalona. Dato che presentavamo una squadra competitiva, decisi di comprare l’abbonamento e seguire la nazionale da tifoso insieme a mio fratello. Male che fosse andata, avremmo visitato Barcellona e fatto qualche bagno.

Biglietto dell’Eurobasket ’97

Le cose andarono invece molto bene. L’Italia arrivò in finale, pur perdendola contro la Jugoslavia. Una bella medaglia d’argento che sarebbe diventata d’oro due anni dopo in Francia.

Io conobbi, proprio sugli spalti del palazzo olimpico già citato, una ragazza.

Tessera del CJB

Oggi abito a pochi passi da quel palazzetto e ho la tessera di abbonato del Joventut di Badalona. Con quella ragazza, ho visto moltissime partite e... molte ne abbiamo fatte vedere ai nostri figli.

Sara e Marc Gasol
Mia figlia Sara facendo photobombing davanti a Marc Gasol
Nicola e Nicolás Laprovittola
Mio figlio Nicola e una sua compagna di classe insieme a Nicolás Laprovittola, MVP 2018-19 dell’ACB (il campionato professionistico spagnolo).

E mi auguro di poterne vedere tante altre ancora.

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