I traduttori come i lampionai

I traduttori come i lampionai

Pensieri sul futuro della professione

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Negli ultimi due anni, il settore dei servizi linguistici ha subito un vero e proprio cataclisma. Non si tratta di una mia impressione personale: una delle ultime conferme viene dall’ELIS 2025, il sondaggio europeo di riferimento del settore, promosso ogni anno da varie associazioni internazionali come ELIA, GALA, FIT Europe ed EMT. L’edizione più recente ha raccolto oltre 1300 risposte: un campione ampio e rappresentativo.

I risultati?

Sconfortanti.

Tutti gli indicatori economici sono in calo: fatturato, tariffe, domanda.

L’unica voce in crescita è l’uso dell’intelligenza artificiale.

Se nel 2022 usavo l’espressione «il traduttore è morto» come artificio retorico, oggi mi sento di dichiarare l’elettroencefalogramma piatto non più come provocazione, ma come amara constatazione.

E attenzione: l’IA non è «una semplice nuova tecnologia» nell’arsenale del traduttore, come alcuni si ostinano a sostenere. È una forza dirompente che ha alzato decisamente l’asticella, modificando le aspettative dei clienti e il modello economico dell’intero settore.

Se prima si affidava tutto a un’agenzia o a un professionista, ora si opera una distinzione netta: ciò che è essenziale viene ancora assegnato a traduttori umani, ma tutto il resto viene gestito con l’IA. È la vittoria assoluta del paradigma del «good enough» di cui ho parlato più volte. Se la qualità è accettabile e il costo nullo, perché pagare di più?

Certo, è vero che la traduzione automatica esiste da decenni. Ed è vero che moltissime aziende già la stavano usando con profitto. Ma la svolta recente è duplice:

  1. Accessibilità. Non servono più competenze tecniche: basta conversare con un chatbot per ottenere un testo tradotto in qualsiasi lingua, pronto all’uso.
  2. Integrazione. Molti strumenti che prima non offrivano la traduzione diretta hanno integrato questa funzione nelle loro interfacce. Un esempio su tutti: Canva, la web app di grafica, che ha introdotto la traduzione automatica direttamente sulla sua piattaforma. E come Canva, molti altri. Se prima il passaggio della traduzione richiedeva un certo sforzo tecnico, ora quello sforzo è stato quasi azzerato.

Questi due fattori stanno erodendo le basi del nostro lavoro.

E dove si registra l’impatto maggiore?

Nel nostro settore esistono 3 società di consulenza specializzate, CSA, Slator e Nimdzi, ciascuna delle quali adotta criteri diversi per identificare e classificare i fornitori di servizi linguistici.

Il loro problema principale è che si tratta di un mercato estremamente frammentato, composto da una miriade di piccoli operatori, alcune (poche) grandi aziende e numerose realtà multiservizi che – tra le altre attività – offrono anche traduzioni. Per questo è difficile stimare persino i dati più basilari, come il volume d’affari complessivo.

Per fare un esempio concreto, l’azienda più grande del settore, TransPerfect, ha fatturato 1,2 miliardi di dollari nel 2023, ed è una delle sole due che superano il miliardo.

In generale, si stima che circa un centinaio di aziende raccolgano un quinto del fatturato globale, stimato tra i 55 e i 70 miliardi di dollari, a seconda della fonte.

Alcune di queste società di consulenza prevedono una crescita annua del 5%, ma alla luce dei fatti sembrano cifre troppo ottimistiche.

Secondo un report di Slator, il 54% dei Language Service Provider ha registrato una crescita, il 6% è rimasto stabile, il che implica che il 40% ha visto calare il proprio fatturato nel 2024.

Analizzando meglio i dati, tra chi ha riportato un calo: il 25% appartiene al gruppo delle agenzie più grandi, il 33,3% alle cosiddette “Leader”, il 40% ai “Challenger”, e il 41% alle agenzie di piccole dimensioni (ma non micro), le cosiddette boutique translation agencies.

Questa frammentazione alimenta un mercato in cui fusioni e acquisizioni sono ormai all’ordine del giorno.

In Spagna, per esempio, la stragrande maggioranza delle aziende ha meno di quindici dipendenti. Più della metà (53%) ne ha meno di cinque, e la maggior parte non raggiunge il milione di euro di fatturato annuo. Moltissime non arrivano nemmeno a 500.000 euro.

Secondo un altro recente sondaggio (promosso da ANETI, associazione che raggruppa più di 60 imprese), tra i fattori che hanno inciso maggiormente sull’andamento del settore, il più citato (81%) è stato l’irruzione della traduzione automatica e dell’intelligenza artificiale (84% tra “molto” e “abbastanza”). A seguire, due effetti diretti di questa transizione: la debolezza della domanda e il calo dei prezzi imposto dalla concorrenza. Hanno un peso rilevante anche l’inflazione e i costi di produzione crescenti.

In questo contesto, molte aziende stanno cominciando ad abbassare le tariffe, soprattutto quelle di traduzione: il 15% lo ha già fatto nel 2024, e il 25% prevede di farlo nel 2025.

Proprio questi tre fattori – IA, domanda in calo e pressione sui prezzi – insieme all’inflazione, sono i motivi di maggiore preoccupazione per il futuro del settore, tanto che inizia a crescere l’allarme per la tenuta dei posti di lavoro.

Le microimprese – che spesso sono poco più che un paio di freelance associati e che rappresentano la maggioranza nel nostro settore – sono le più colpite. Chi non è in grado di integrare l’IA nei propri processi rischia di essere tagliato fuori.

Le grandi aziende, dal canto loro, si stanno trasformando da fornitori di servizi linguistici a fornitori di tecnologia (linguistica, ma non solo). Hanno le risorse per acquisire software, sviluppare strumenti interni, automatizzare i flussi. Alcune hanno addirittura assorbito startup tecnologiche.

E le agenzie di medie e piccole dimensioni? Alcune provano a resistere, altre stanno già riconvertendo il proprio business o esplorando nuovi mercati.

Nel frattempo, il ruolo del traduttore è cambiato per sempre.

In molti casi, non è più nemmeno un traduttore nel senso classico del termine.

Diventa una figura ibrida: svolge attività di supervisione, di controllo qualità.

Oppure lavora a monte: addestra modelli, annota dati, progetta flussi linguistici.

Per inserirsi in questi nuovi contesti, tuttavia, servono competenze nuove. E la realtà è che molti colleghi non riescono e non riusciranno a stare al passo, vuoi per età, vuoi per capacità, vuoi per formazione pregressa. Non a caso tanti colleghi stanno pensando di uscire dal settore o l’hanno già fatto.

Qual è il futuro di chi resta?

Io lo vedo molto nero. Mi sento come si sentì il lampionaio nel momento in cui iniziarono a tirare i cavi elettrici per l’illuminazione delle strade.

Mi rispondono che il settore è resiliente, sopporta i cambiamenti. L’ha fatto con la digitalizzazione, poi con la traduzione assistita (CAT tool), poi con quella automatica.

Sarà.

A me sembra che l’IA sia vari ordini di grandezza più disruptive di tutto quanto vissuto in passato.

E se passiamo a livello micro, di attività di traduzione, il traduttore si trova di fronte a un inghippo non da poco: per anni ha alimentato sistemi che ragionavano a livello di «segmento», di frase (i CAT tool) e gli strumenti che usa(va) seguivano quello stesso modello.

L’IA invece dà risultati migliori quando può analizzare il testo nel suo complesso.

Quindi servono nuovi strumenti che funzionino su due livelli, quello di segmento per poter riutilizzare i database accumulati negli anni, quello di testo intero per sfruttare al meglio l’IA. Ce ne sono? Funzionano?

In tutto questo, c’è una buona notizia?

Chi saprà reinventarsi avrà ancora spazio. Spero.

Ma non come semplice traduttore: come professionista del linguaggio che usa la tecnologia per fare meglio, più in fretta e con maggiore impatto.

E questo, in fondo, è sempre stato il cuore del nostro mestiere. O no?

Nota: Queste riflessioni nascono da un’intervista che ho rilasciato per un programma di attualità tecnologica trasmesso da una radio locale. Ringrazio Tomás Cascante per l’opportunità.

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